Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto europeo.
Predica di San Marco, Formella della cattedra eburnea di san Marco, VII secolo, Raccolte d'Arte Applicata del Castello Sforzesco - © Comune di Milano
Nel 568 i Longobardi scendono in Italia e travolgono la pianura veneta. Il patriarca di Aquileia, Paolino, non aspetta di vederli arrivare: raccoglie il tesoro della cattedrale e fugge su un'isola della laguna, Grado, ancora sotto il controllo di Bisanzio. Da quel giorno una sola Chiesa diventa due. Sulla terraferma, protetto dai nuovi dominatori longobardi, resterà un patriarca; sull'isola, fedele a Roma e all'imperatore d'Oriente, se ne insedierà un altro. Non è la prima frattura: quindici anni prima Aquileia si era già messa di traverso a Costantinopoli, rifiutando la condanna imperiale dei cosiddetti Tre Capitoli e finendo, per questo, in un vero e proprio scisma con Roma e con l'Oriente bizantino. Ora quella spaccatura teologica si fa anche geografica, e durerà, in forme diverse, per settecento anni.
È da questa ferita - una Chiesa spezzata fra Longobardi e Bisanzio, fra Occidente franco e Oriente greco - che nasce tutto il resto: la leggenda, il manoscritto, le sue tre fughe attraverso l'Europa medievale e, oggi, la mostra che dal 12 settembre 2026 al 25 aprile 2027 riunisce ad Aquileia, a Palazzo Meizlik, i tre frammenti superstiti del Vangelo di Marco, per la prima volta insieme dopo sette secoli. "
Il Vangelo di Marco. Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto europeo.",
curata da Martina Dlabajová, Cristiano Tiussi e Luca Villa e promossa da Fondazione Aquileia, racconta come un libro sia riuscito a "
costruire identità e legittimare poteri, da Aquileia a Venezia a Praga". Ma per comprendere in quale modo un manoscritto possa arrivare a pesare quanto un trono, bisogna prima chiedersi una cosa più semplice: perché, in quel mondo, avere un apostolo alle spalle contava così tanto.
Particolare del Codex Forojuliensis conservato presso il Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli. Photo © Eye Studio Il mercato delle origini Nella cristianità antica esisteva una gerarchia fondata su un solo criterio: la prossimità a Cristo. Le sedi che potevano vantare un apostolo come fondatore diretto - Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme - formavano un vertice quasi inattaccabile, la cosiddetta Pentarchia. Tutte le altre chiese d'Europa, per contare qualcosa in quel sistema, avevano bisogno di una genealogia che le agganciasse, sia pure di riflesso, a quello stesso vertice. Nacque così, fra IV e IX secolo, quella che si potrebbe chiamare una vera corsa alle origini apostoliche: Ravenna rivendicò come primo vescovo Apollinare, discepolo di Pietro; Milano scelse Barnaba; e Aquileia, città romana di prima grandezza, la Splendida Civitas che controllava i traffici fra l'Adriatico e il Norico, la porta verso il Danubio e i Balcani, reclamò nientemeno che Marco, inviato personalmente da Pietro.
Non era vanità campanilistica. Era diritto. Dimostrare un'origine apostolica significava poter rivendicare precedenza, giurisdizione, indipendenza dalle sedi vicine: un argomento buono in un concilio quanto un esercito lo era in un campo di battaglia. Ed è esattamente per questo che, proprio mentre la Chiesa aquileiese si trovava spaccata in due dallo scisma e dall'invasione longobarda, il racconto delle origini si fa più preciso, più dettagliato, più utile. Nell'VIII secolo il patriarca Paolino di Aquileia raccoglie e mette per iscritto la Legenda marciana: Pietro, da Roma, invia Marco a evangelizzare Aquileia; Marco vi fonda la prima comunità cristiana (la tradizione aggiungerà nei secoli la guarigione di un giovane lebbroso alle porte della città) e prima di ripartire per l'Egitto conduce a Roma un discepolo locale, Ermacora, perché sia lo stesso Pietro a consacrarlo vescovo. Ermacora torna, guida la giovane Chiesa, muore martire. Marco prosegue fino ad Alessandria, dove lo attende la stessa sorte.
Di questo racconto non esiste traccia prima del VI secolo. Ma al tempo di Paolo Diacono, sul finire dell'VIII, è già un dato acquisito, ripetuto come storia. Non è un caso che si consolidi proprio in quel momento: una Chiesa divisa, minacciata nella propria continuità da uno scisma e da un'invasione, ha bisogno più che mai di dimostrare di discendere direttamente da Pietro, meglio ancora se quella discendenza passa per un vangelo, cioè per la testimonianza scritta più autorevole che il cristianesimo possieda. Non un vescovo qualunque a fondare Aquileia, ma un evangelista. Non un racconto orale, ma un libro.
Particolare della cripta degli affreschi nella Basilica di Aquileia. Photo © Eye-studio Aquileia, una città-cerniera fra due cristianità C'è un secondo motivo per cui Aquileia aveva bisogno di un simile blasone, ed è scritto nella sua geografia. Dalla tarda antichità in avanti, la sua provincia ecclesiastica si estese ben oltre l'Italia nord-orientale, fino al Norico, alla Carinzia, alla Pannonia: un ambito missionario vastissimo, conteso con l'arcidiocesi bavarese di Salisburgo e, soprattutto a partire dal IX secolo, con un concorrente ben più temibile, Costantinopoli stessa. Sono gli anni in cui Cirillo e Metodio, inviati da Bisanzio, portano fra gli slavi della Grande Moravia una liturgia nella loro stessa lingua, sfidando apertamente l'egemonia latina su quei territori. Aquileia si trova così su una linea di faglia che attraversa l'intero continente: a occidente Roma e i Franchi, a oriente Bisanzio e il rito slavo, e in mezzo, contesi fra i due mondi, i principati slavi del bacino danubiano.
È in questo scenario che va letto il
Liber Vitae, la seconda vita segreta dell'Evangeliario di Cividale. Il Codex Forojuliensis, o Evangeliario Forogiuliese, oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Cividale del Friuli, contiene i Vangeli di Matteo, Luca e Giovanni: in origine comprendeva anche quello di Marco. Risalente al VI secolo, il codice giunse ad Aquileia verso la metà del IX secolo, probabilmente all'epoca del patriarca Teodemaro (851-872), che vi appose la propria firma. Da allora fu uno dei più importanti libri liturgici della Chiesa aquileiese, e resta ancora oggi una delle opere fondamentali per comprendere la storia e la spiritualità del Patriarcato. Fra la seconda metà del IX e gli inizi del X secolo, sui margini delle sue pagine, oltre millecinquecento persone fecero annotare il proprio nome perché la comunità pregasse per loro: l'imperatore Ludovico II e la moglie Ingelberga, il margravio bavarese Liutpoldo, e poi - è il dato più eloquente - i principi slavi Pribina e Kocel, signori della Bassa Pannonia contesa fra Salisburgo e Bisanzio, il croato Trpimir, il moravo Svatopluk, e un ambasciatore del re di Bulgaria appena convertito, che lasciò scritto di essere il primo bulgaro giunto in quel monastero. Oltre trecento nomi sono slavi. Non è un elenco di pellegrini generici: è la fotografia di un fronte, il segno che quei principi passarono, letteralmente, da una sponda all'altra della cristianità e che Aquileia, con il suo libro più venerato, si giocava una partita che si estendeva dal Danubio al Mar Nero.
Da libro d'altare a corpo santo Fino al XII secolo l'Evangeliario resta un unico volume, i quattro Vangeli insieme, usato per la liturgia. Poi, fra il XII e il XIII secolo, accade qualcosa che cambia per sempre il suo destino: i fascicoli del solo Vangelo di Marco vengono separati dal resto del codice e rilegati a parte, sotto una coperta preziosa. È il secolo delle crociate e del grande mercato europeo delle reliquie, quello in cui il possesso di un frammento sacro vale quanto un feudo; ed è forse anche il momento in cui Aquileia, di nuovo in urto con la sede rivale di Grado, ormai entrata nell'orbita della Repubblica di Venezia, sente il bisogno di trasformare la propria leggenda in qualcosa di tangibile. Un racconto, per quanto autorevole, si può mettere in discussione. Un oggetto che si crede uscito dalla mano stessa dell'evangelista, no: diventa reliquia da contatto, capace - recita l'inventario patriarcale del Trecento, che lo apre elencandolo come "
liber beati Marci evangeliste, quem propria manu scripsit", il libro che l'evangelista scrisse di propria mano - di trasmettere a chi lo possiede un'autorità superiore a qualunque titolo feudale.
Su questa base, nell'827, al sinodo di Mantova, Aquileia ottiene il riconoscimento formale della propria supremazia sulla rivale Grado. La risposta arriverà puntuale: l'anno successivo nel 828, mercanti veneziani trafugano ad Alessandria d'Egitto il corpo del Santo e lo portano in laguna, procurando alla giovane Venezia, priva fino a quel momento di un patrono di rango, l'apostolo che le serviva per rivaleggiare, da pari, con Aquileia. Il corpo da una parte, il libro dall'altra: due metà dello stesso mito, destinate presto a separarsi ancora, e più volte.
Particolare del Vangelo di Marco, Archivio del Castello di Praga presso la Cancelleria del Presidente della Repubblica Ceca, Praga. Photo © Eye-studio Praga, 1354: una corona che ha bisogno di reliquie Nell'ottobre del 1354 Carlo IV di Lussemburgo, re di Boemia in viaggio verso Roma per l'incoronazione imperiale, attraversa il Friuli e chiede al fratellastro Nicolò, Patriarca di Aquileia, una porzione del celebre Vangelo per la cattedrale di San Vito. Non è un capriccio da collezionista. Carlo IV sta costruendo, pietra su pietra e reliquia su reliquia, una Praga che possa reggere il confronto con Roma e con Aquisgrana come capitale sacra dell'Impero: farà erigere, proprio in quegli anni, il castello di Karlštejn per custodire le insegne imperiali insieme al più grande tesoro di reliquie mai raccolto a nord delle Alpi. In questo disegno, un frammento del vangelo autografo - autenticato, tra l'altro, da un legame di sangue con il Patriarca che lo dona - vale come un tassello di legittimità dinastica.
Nicolò acconsente, ricorrendo a un argomento teologico tanto elegante quanto conveniente: dividere una reliquia non la impoverisce, la moltiplica. Il 31 ottobre, a Feltre, lo stesso Carlo IV annota di proprio pugno sul frammento le circostanze del dono, facendo controfirmare la nota da tre vescovi al suo seguito. A Praga il frammento entra in processione solenne, racchiuso in un reliquiario d'oro e pietre preziose, integrato nella tomba di san Venceslao, cuore dinastico del Regno di Boemia. Ancor oggi è il primo cimelio dello Stato ceco, segnatura Cim 1, di proprietà del Capitolo metropolitano di San Vito di Praga, conservato presso l’Archivio del Castello di Praga. Per Aquileia, cedere quelle pagine non fu generosità disinteressata, ma calcolo: il prestigio agli occhi di un futuro imperatore valeva quanto l'autorità che la reliquia ancora garantiva nei contenziosi aperti con Grado e con Venezia.
Venezia, 1420: il cerchio si chiude Il capitolo finale arriva con la conquista veneziana del Friuli. Il 30 maggio 1420 il doge Tommaso Mocenigo chiede ai canonici aquileiesi la consegna di quanto resta del Vangelo, sostenendo che il libro debba tornare presso chi lo aveva scritto: le pagine di Marco devono ricongiungersi al corpo del Santo, custodito in laguna da quasi 600 anni. Dopo una trattativa serrata, il 24 giugno i cinque fascicoli superstiti sono consegnati nelle mani dei conquistatori veneziani; il giorno seguente, festa del ritrovamento del corpo del santo, sono già esposti nella Basilica di San Marco.
Non è un caso né la data né l'argomento scelto. Presentare quel trasferimento come una ricongiunzione permette a Venezia di appropriarsi della stessa leggenda apostolica su cui Aquileia aveva fondato, per secoli, le proprie pretese - rivoltandola contro chi l'aveva coltivata per prima. La cerimonia sancisce, senza bisogno di dirlo, la sottomissione del Patriarcato alla Serenissima: precede di pochi decenni la soppressione definitiva della sede di Grado, nel 1451, e la nascita della funzione metropolitica veneziana. Un ultimo, involontario tradimento chiude la storia: l'umidità della laguna consumerà la pergamena fino a renderla in gran parte illeggibile. Ciò che ne resta oggi riposa nella teca-reliquiario del Tesoro marciano.
Tre poteri - un patriarcato che si voleva erede diretto di Pietro, un regno in cerca di una corona sacra, una repubblica marinara senza pedigree apostolico da vantare - hanno costruito, in tre momenti diversi e con tre strategie diverse, parte della propria autorità sullo stesso manoscritto. È, alla lettera, il senso del titolo della mostra.
Venezia, Tesoro di San Marco. Lato interno della cornice della coperta del Vangelo di Marco con le laminette antiche ritagliate. Ciò che resta, oltre il potere Il percorso di Palazzo Meizlik, in sei sale, affida gran parte di questa storia alle immagini: le otto formelle della Cattedra eburnea di san Marco, capolavoro alessandrino del VII secolo prestato dal Castello Sforzesco di Milano; l'architrave voluto dal patriarca Giovanni II fra l'806 e l'810 per la cappella di San Marco in Sant'Eufemia a Grado, la più antica iscrizione occidentale nota con il nome del santo fuori da Roma; i mosaici absidali della basilica marciana, che arricchiscono nei secoli il mito fino alla scena dell'angelo che rivela a Marco il luogo del suo riposo; i documenti praghesi del 1354, con i sigilli patriarcali e la firma dello stesso Carlo IV.
Ma è forse proprio il Liber Vitae, nella sala conclusiva, a restituire il senso più profondo di questa storia. Prima di diventare merce di scambio fra potenti, quel libro era stato luogo d'incontro reale: sovrani franchi e principi slavi, vescovi e ambasciatori, fianco a fianco sulla stessa pagina, molto prima che qualcuno decidesse di separarli. Riunire oggi, dopo sette secoli, i tre frammenti superstiti non significa soltanto restituire l'unità fisica di un manoscritto smembrato da uno scisma, da un'invasione, da un'incoronazione e da una conquista. Significa mostrare, negli stessi spazi espositivi, sia il libro che ha fondato dei poteri sia il libro su cui quei poteri, per un momento, si sono incontrati.
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I tre frammenti del manoscritto di san Marco sono stati separati dalla storia, ma non hanno mai smesso di appartenere allo stesso racconto - spiega la co-curatrice Martina Dlabajová -
riunirli oggi ad Aquileia in questa mostra, dopo sette secoli, è un evento storico. In questo ritrovo anche l’essenza dell’Europa: identità diverse che, messe in relazione, acquistano un significato nuovo e più profondo.”
IL VANGELO DI MARCO. Sette secoli. Tre frammenti. Un racconto europeo. Palazzo Meizlik, via Patriarca Popone 7, Aquileia (Udine) 12 settembre 2026 – 25 aprile 2027 www.ilvangelodimarco.org - www.fondazioneaquileia.it